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Collocato “violentemente” in quiescenza, il protagonista si trova improvvisamente privato non solo del lavoro, ma anche dell’identità costruita nel tempo. Non è un pensionamento naturale, bensì l’esito di un meccanismo burocratico che riduce l’individuo alla sua funzionalità, ignorandone la dimensione umana. Da questa frattura nasce un dialogo interiore serrato con il proprio io a età diverse: un confronto lucido, a tratti spietato, che scava nella memoria per restituire senso a un percorso fatto di responsabilità, dedizione e presenza silenziosa.
Nel suo ruolo di dipendente amministrativo, il protagonista non ha mai abitato “l’ombra di una scrivania”, ma ha vissuto il lavoro come una missione concreta, fondata sulla cura, sulla prevenzione e sull’attenzione.
Il punto di rottura coincide con l’impatto contro una macchina amministrativa contraddittoria e impersonale, capace di generare smarrimento attraverso silenzi, rinvii e valutazioni incoerenti. È qui che prende forma il “bullismo burocratico”: un logoramento lento, senza volto, che mette a rischio non solo i diritti, ma l’identità stessa della persona.
Eppure, proprio nella perdita del ruolo emerge una verità essenziale: il valore di un individuo non coincide con la sua funzione.
La vera conquista diventa allora non perdersi, restare integri, sottrarsi alla riduzione a una pratica archiviata.
Questo libro è il racconto di una resistenza interiore: la testimonianza di chi sceglie di esistere oltre ogni definizione amministrativa.
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